26. Torino Film Festival, autarchia all’ombra della Mole

ConSequenze

[img_assist|nid=16540|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]TORINO - Se dovessimo collocare, idealmente e a scatola chiusa, il Torino Film Festival sul podio delle kermesse cinematografiche italiane, lo metteremmo di sicuro al terzo posto, dopo il blasone veneziano e il glamour romano. La questione, va da sé, è tuttavia più complicata di così, anche solo ragionando in termini di anzianità: perché l'appena nato (eppure già in gravosa crisi adolescenziale) festone di Roma dovrebbe valere più del solido e adulto meeting torinese?

La verità è che Torino, guastafeste del trio e lontana dall'idea canonica di "festival", della visibilità a tutti i costi se ne frega. Anzi ne fa volentieri a meno, come di un’ingombrante zavorra. All'ombra della Mole non ci sono tappeti rossi, né ragazzini urlanti in caccia d'autografi, e neppure starlette dell'ultima ora che se la tirano a tal punto da rischiare di strapparsela; non c’è ansia da prestazione, attesa spasmodica dell'evento. Mancano i luccichii e le paillettes insomma, a vantaggio di una sana atmosfera da laboratorio creativo, originale e fresca, ben riallacciata al senso del recupero storico e al rispetto per il cinema del passato.

Indipendente e slegato dai giochi di potere, alla ricerca dell’autosufficienza e della maggior autonomia possibile per crearsi la propria nicchia e stabilire le proprie inconfondibili caratteristiche nel panorama italico, il TFF ha trovato in Nanni Moretti il direttore perfetto, Antipatico &[img_assist|nid=16541|title=|desc=|link=none|align=right|width=507|height=640] Autarchico, probabilmente l’unico sulla piazza capace di rivendicare a muso duro il proprio diritto a non selezionare nessun film italiano per il concorso, non percependo nessun obbligo morale in tal senso (e snobbando trionfalmente gli uragani mediatici di presunte nascite, morti e resurrezioni che circondano il nostro cinema).

Il secondo anno della gestione Moretti – Emanuela Martini (ex-direttrice del settimanale “Film Tv”) getta nella mischia 230 titoli, selezionati insieme ai critici ed esperti Marì Alberione, Pier Maria Bocchi, Barbara Grespi, Emiliano Morreale e Federico Pedroni. 15 i film in gara, 22 i fuori concorso, e ben 3 rassegne collaterali di primo piano e primaria importanza: la retrospettiva su Jean-Pierre Melville, maestro del noir-polar francese (ma qualcuno estende il suo raggio di influenza sino alla Nouvelle Vague); il focus su Roman Polanski con la visione di tutte le sue opere (corti compresi); e una sezione interamente dedicata alla British Renaissance, rinascita del cinema britannico nel decennio 1980-1990, da Lindsey Anderson a Peter Greenway e Stephen Frears, fino al genio demenziale dei Monty Python.

Se di problemi ce ne sono, sembrano dunque essere di abbondanza. Impossibile destreggiarsi senza rimpianti tra le[img_assist|nid=16542|title=|desc=|link=none|align=left|width=491|height=640] 11 sale (11!) e i suoi ricchi palinsesti, arduo scartare a priori qualcosa battezzandolo di scarsa importanza, considerando anche la ben calibrata manciata di film-evento che il festival si è accaparrato, tra cui il W. di Oliver Stone, l’ultima fatica di Kim Ki-duk (Dream – Sogno) e la prima della cantante Madonna (Filth & Wisdom), 24 City di Jia Zhang-ke (che vinse due anni fa a Venezia con Still Life), e la pellicola di chiusura The Edge of Love, con Keira Knightley e Cillian Murphy.

Torino non ha il richiamo di una Cannes o di una Berlino, occupa trafiletti sui giornali e non inserti di 5/6 pagine; i suoi film in gara spesso sono opere prime (8 su 15 in questa edizione) senza ancora la certezza di essere distribuite in sala. Per fortuna, ci viene da dire, se il risultato è questo. Nell'attesa di una (probabile e auspicabile) riconferma morettiana per il biennio che verrà, l’augurio migliore è che Torino conservi a lungo il proprio status autarchico e inclassificabile.