arte Trieste
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Dall'8 al 31 marzo 2010
A cura di Marianna Accerboni
Vernissage: lunedì 8 marzo, alle ore 17.30
Orario: tutti i giorni 10.00 - 13.00 / 17.00 – 20.00
Ingresso libero
Odilia Egle Ciacchi - scrive Accerboni - persegue con intensità e passione una ricerca artistica volta a interpretare e svelare quel reticolo di emozioni e sensazioni che sottendono e animano la realtà visibile. Nell’ambito di tale sperimentazione la pittrice - che nel corso degli anni ha frequentato la Scuola dell’Acquaforte “C. Sbisà” con Furio De Denaro e Franco Vecchiet, con il quale sta approfondendo attualmente i temi dell’incisione, e gli atelier di Paolo Cervi Kervischer e Franco Chersicola - ha istintivamente tratto dalla cultura artistica del proprio tempo i parametri secondo i quali esplicitare il proprio pensiero pittorico: la traccia è stata la poetica espressionista che, nelle sue molteplici forme, ha caratterizzato gran parte del novecento europeo e internazionale.
Muovendo istintivamente da tale movimento, la cui matrice nasce dall’esperienza emozionale e spirituale della realtà, esplicitata attraverso un’intensa valenza cromatica e segnica, la Ciacchi - che, figlia d’arte, si dedica alla pittura fin da bambina e che nel corso della sua attività espositiva nazionale e internazionale, ha ricevuto numerosi riconoscimenti (primo fra tutti il Premio internazionale Agazzi a Bergamo) - è riuscita a comporre con grande sensibilità e autentica energia un universo magico e onirico, il quale testimonia tuttavia il reale, sovrapponendo e intrecciando a una lettura soggettiva considerazioni di ordine universale.
In tale narrazione, che supera i canoni dell’espressionismo figurativo, da cui l’artista era partita, la pittrice ha gradualmente abbandonato l’aspetto naturalistico della rappresentazione, sintetizzandola fino ai limiti dell’astrazione in un rapporto armonico delle forze e dei sentimenti, modulati attraverso un ritmo libero e personale e un’intensità cromatica più intensa, raggiunta nelle opere più recenti: sensazioni, momenti di meditazione, intuizioni, ricordi - conclude Accerboni - espressi, con effetto catartico, a tecnica mista, carboncino, pastello e acrilico, che vanno recepiti quali “Fonti” di energia e di vita, nell’ottica di un’assimilazione del reale, positiva e profetica di speranza e di positività.
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Dal 19 febbraio al 21 marzo 2010
Vernissage: venerdì 19 febbraio, alle ore 18.30
Orario: da martedì al sabato dalle ore 17.00 alle 19.00; giovedì dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle ore17.00alle 19.00; domenica dalle ore10.00 alle12.00.
In questa mostra il giovane ma già apprezzato artista di lingua e cultura slovena (nato a Trieste nel 1974 dove vive e lavora) propone le sue più recenti opere, in cui oltre all’uso straordinario del colore evidenzia ancor di più quella passione per la linea e la descrizione minuta dei particolari che per dirla con Lara Petricig “non costringe la linea in rigidi schemi precostituiti ma le regala la libertà di muoversi”.
Stefan Turk, pittore che ha iniziato sotto la guida di Nino Perizi, è anche illustratore. Collabora con le rivista per l’infanzia “Galeb”, e saltuarimanete con le riviste “Ciciban” e “ Mavrica”. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive a Trieste, Gorizia, Ljubljana, Udine, Venezia e Firenze.
La mostra - proposta dall’Associazione Juliet - viene realizzata grazie alla collaborazione dell’Associazione degli sloveni di Muggia.
L’Assessorato alla Cultura del Comune di Muggia gia da qualche tempo ha avviato un calendario di rassegne d’arte contemporanea nel nuovo museo “Ugo Carà” e alla Sala “Negrisin” incentrato soprattutto su un proficuo dialogo di apertura e confronto con le realtà artistiche più interessanti del territorio regionale, nazionale e dei paesi contermini.
La mostra si inserisce nel programma PRACC 2010 (PRogetto Arte Contemporanea al museo Carà) che l’Amministrazione Comunale di Muggia ha varato assieme alle associazioni culturali Photo-Imago, Gruppo 78 e Juliet con l’intento di promuovere e valorizzare le nuove forme artistiche contemporanee, in una prospettiva nazionale e internazionale
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Dal 9 febbraio al 12 marzo 2010
Vernissage: martedì 9 febbraio, alle ore 12:00
Orario: dal lunedì al venerdì 9.30-12.30 14.30-17.00, venerdì 9.30-13.00, chiuso sabato domenica e festivi
Ingresso libero
Dipinti, disegni incisioni.
Ritratti femminili di grande formato, accostati a nature morte, presentano una realtà silenziosa e immobile, una riflessione sul contenuto misterioso e simbolico degli oggetti.
La pittura di Barbara Pinna si rivolge con attenzione tutto ciò che appare come un “guscio” che custodisca l'immobilità delle cose. L'artista ha messo al centro del suo universo creativo l'idea di un contenitore che però non contiene nulla.
Nella formulazione delle immagini e di una sorta di personalissimo apparato iconografico, si dimostra attratta dall'idea dell'involucro, del contenitore, dell'imballaggio il cui interno non è conoscibile dall'osservatore dell'opera.
L'arte è per la pittrice materia di contemplazione e quindi di introspezione che inevitabilmente genera un percorso melanconico, perché la sua visione della pittura è, coerentemente con così chiari presupposti, quella della “istoria senza azione”.
L'immagine realizzata deve essere una sosta del pensiero, mettendo implicitamente a prova l'attitudine alla contemplazione del suo osservatore.
Ma non è il vuoto il suo tema, è piuttosto quello dell'involucro che l'osservatore riempie della sua stessa facoltà percettiva.
Questi involucri sono forme solide, aperte nello spazio, nettamente e limpidamente definite.
Il suo obbiettivo è la conoscenza delle cose che si sanno per istinto e non si possono spiegare con il solo ragionamento.
Ne scaturisce un dialogo senza parole e un implicito suggerimento che s'incunea dentro e oltre le apparenze.
(Claudio Strinati)
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Dal 6 al 26 febbraio 2010
Vernissage: sabato 6 febbraio, alle ore 20.30
Orario: dal lunedì al venerdì 10-12 e 17-19
Ingresso libero
Robert Hlavaty noto pittore sloveno, maestro dell'acquerello, valido illustratore e caricaturista che di professione faceva lo stomatologo è nato il 4 dicembre 1897 in una famiglia di intellettuali di origini boeme, stabilitasi a Trieste nel 1884. Fu il primogenito di quattro figli, che si naturalizzarono sloveni. Interessato alla pittura fin da piccolo, ha comunque intrapreso gli studi di medicina a Ljubljana, Zagabria e Padova, per finire la specializzazione a Vienna e diventare dentista. La professione lo portò a Trieste e a Postojna, nel 1931 »riparò« a Ljubljana e dopo il 1945 fu nuovamente attivo nel Triestino, stabilendosi nel 1950 a Opicina, dove oggi gli è dedicata una via. Morì il 16 gennaio del 1982 a Ljubljana.
Le pitture scelte dall'opera di Zdenko Hlavaty rivelano una sensibilità pittorica con la quale il figlio riesce vivacemente a levarsi oltre l'eccellente armoniosità cromatica del padre. Il messaggio dell'artista per mezzo di motivi attuali si fonda nel colore. Questi è la sua vera forza di attrazione che gli ha fatto in pochi anni tralasciare il disegno per incanalarlo sulla scelta di un astrazione associativa, costruita su linee orizzontali e verticali del paesaggio.
Architetto di professione, nato nel 1925 a Ljubljana, conseguì nel 1949 all'Accademia militare di Pancevo, il diploma di pilota militare, più tardi si iscrisse alla facoltà di architettura di Ljubljana, progettò la fabbrica farmaceutica Krka e fu insignito anche del diploma di ingegnere. Dal 1991 è in pensione.
(Dal testo del prof. dr. Mirko Juteršek, storico e critico d'arte,
traduzione di J.C.)
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Dal 6 febbraio al 2 marzo 2010
Vernissage: sabato 6 febbraio, alle ore 19:00
Orario: orari di apertura del locale
Ingresso libero
Insieme al vernissage verrà presentato il libro dell'autrice Piccola storia del "se". A proposito dell'evento l'autrice scrive: "Il paese del "se" non esiste. O forse sì. Se esiste è a metà strada fra il mare e un fiume, ha una chiesa, uno spaccio, il cinema della parrocchia, il bar sulla piazza, ha le donne che stendono le lenzuola alla finestra, mentre parlano tra loro di cose di tutti i giorni. D'estate se lo mangiano le zanzare, il paese del "se", d'inverno il ghiaccio disegna crepe sui muri".
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Dal 22 al 28 gennaio 2010
Artisti: Alessandro Amaducci, Francesca Bergamasco, Francesca De Belli, Antonio Giacomin, Robert Gligorov, Maurizio Goina, Gruppo Sinestetico, PierPaolo Koss, Annalisa Metus, Ivan Penov, Margherita Pevere, Pietro Polotti
A cura di Maria Campitelli
Vernissage: venerdì 22 gennaio, alle ore 18:00
Ingresso libero
Catodica è promossa da Fucine Mute
E non basta: Catodica apparirà anche in uno spazio gestito da Alpe Adria Cinema, in via Pescheria, 4, con una scenografica video-installazione e tre video-postazioni. Stazione Rogers, Riva Grumula 14 Teatro Miela, P.zza Duca degli Abruzzi 3 Spazio Alpe Adria Cinema, via Pescheria 4 L’immagine di sintesi in movimento continua ad interessare artisti e creativi di tutto il mondo, per il sempre più facile accesso alle tecnologie digitali e per la consonanza delle modalità del racconto, spesso simbolicamente concentrato nello svolgimento temporale, con le esigenze attuali. Una consolidata espansione dell’antica mira del quadro in movimento, già cavalcata agli inizi del secolo scorso dal cubismo e dal futurismo, e sfociata innanzi tutto nel cinema e di seguito, con l’avanzare delle tecnologie elettroniche, nella video-art appunto che conosce ormai un percorso di cinquant’anni, tra continui aggiornamenti linguistici e tecnologici. Nutrito e variegato il programma di quest’anno: comprende svariate presenze artistiche e diverse direzioni tematiche che riflettono personali considerazioni sulla realtà quotidiana, sulle contraddizioni e le incertezze che tutti viviamo. Catodica è promossa da Fucine Mute ed è a cura di Maria Campitelli Vi predomina uno sguardo sul corpo, sulla sue espressività individuale e collettiva (v. le corpografie riprese nel Nord Corea da PierPaolo Koss).
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Martedì 19 gennaio 2010, ore 21:00
M.O.R.S. - Hanna's Atelier for Sonorous Arts
con Antonella Bukovac e la presenza scenica di Natasa Burger e della danzatrice Irena Tomazin.
Biglietti: 8.00 euro
La peformance, ideata dalla sound designer slovena Hanna Preuss, si basa sulla narrazione di tre donne che vagano in uno spazio tra la vita e la morte.
Lavoro interdisciplinare che collega delle forme artistiche performative con quelle cinematografiche, video e arte del suono, proposto dall'Hanna's Atelier for Sonorous Arts, nato nel 2006 in Slovenia.
L'idea nasce dal bisogno di esplorare il potere del suono, il desiderio di svelare l'importanza che esso ha nella nostra vita di ogni giorno e la sua grande influenza sul nostro subconscio.
La performance si articola in una forma di spettacolo non verbale con un lungo monologo poetico di Antonella Bukovac (in italiano) e la presenza scenica di Natasa Burger e della danzatrice Irena Tomazin.
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Dal 16 gennaio al 13 febbraio 2010
A cura di Marco Spanò
Vernissage: sabato 16 gennaio, alle ore 18.30
Orario: dalle 17 alle 20
ingresso libero
Al Teatrino di San Giovanni dal 9 al 13 febbraio
Il primo appuntamento è con “Leros” di Alex Majoli, fotografo Magnum che nel 1994 realizza un reportage fotografico sul manicomio di Leros in Grecia. Dal 15 gennaio al 5 febbraio 2010 allo Spazio Villas – Lato B nel Parco culturale di San Giovanni di Trieste. Dal 9 al 13 febbraio prosegue al Teatrino di san Giovanni.
Il secondo incontro riguarda ancora Leros, ma con la prospettiva di Antonella Pizzamiglio, che già nell’89 era riuscita a documentare quello che veniva considerato il peggior manicomio del mondo, “Leros. Anche il Nulla ha un nome” dal 29 gennaio al 27 febbraio allo Spazio Rosa nel Parco di San Giovanni.
Chiude la rassegna “Ali Mihali. Sguardi dal buio”, reportage dall’Albania di Marco Spanò, che racconta l’ospedale psichiatrico di Valona, dal 6 febbraio al 5 marzo allo Spazio Villas nel Parco culturale di San Giovanni. E ancora, a latere e in contemporanea, dal 30 gennaio al 13 febbraio la mostra N.A.D.I.R è visitabile anche al Teatro Miela di Trieste.
La rassegna organizzata da Nadir Pro si tiene a Trieste dal 16 gennaio fino al 5 marzo e gode del contributo della Provincia di Trieste e dell’Azienda per i Servizi Sanitari N. 1 “Triestina”.
Per informazioni e approfondinmenti:
http://nadirpro.wordpress.com
associazionenadirpro@gmail.com
tel. 3294414521
Primo appuntamento:
Leros – Alex Majoli
Alex Majoli ci porta nel manicomio di Leros in Grecia. Un reportage iniziato nel 1994 in occasione della chiusura della struttura destinata ad accogliere i peggiori casi psichiatrici del paese. In mostra 34 stampe in bianco e nero di Alex Majoli, uno dei più attivi fotografi dell'agenzia Magnum per le sue immagini che ritraggono il quotidiano in varie città del mondo, che testimoniano il ritorno di questo luogo ad un’apparente situazione di umanità, grazie anche all'apporto di un team di psichiatri italiani che per primi, nel 1990, hanno denunciato la pietosa e sconvolgente situazione di degrado.
Spazio Villas
Via De Pastrovich 5/c
Parco culturale di San Giovanni, Trieste
dal 15 gennaio al 05 febbraio dalle 17 alle 20, ingresso libero.
La mostra proseguirà al Teatrino di San Giovanni dal 9 al 13 febbraio.
info:
http://nadirpro.wordpress.com
associazionenadirpro@gmail.com
3294414521
" So che questa è un’altra storia di matti, tanti matti, all’inizio erano più di 4000.
So che Leros significa sporco e che lo sporco chiama sporco.
So che arrivarono sull’isola da ogni parte della Grecia, scelti tra i casi più gravi e irrecuperabili degli ospedali psichiatrici.
So che vennero messi in una ex base militare dell’isola già usata come carcere per i detenuti politici.
So che nel nuovo manicomio cominciarono a lavorare gli stessi abitanti dell’isola. So che la storia di Leros si confuse presto con quella del suo manicomio e so che il mondo non lo sapeva.
So che dentro al manicomio di Leros non si viveva, si sopravviveva.
So che i matti cominciarono a morire di ogni genere di morte, uno dopo l’altro e chi resisteva irrobustiva la struttura, sviluppava anticorpi per ogni malattia esistente. So che morire era una questione statistica.
So che morire era il minore dei mali, era molto più difficile vivere.
So che molti si uccidevano buttandosi nel mare che era lì, proprio sotto la finestra. So che anche il suicidio era roba da matti e faceva parte delle statistiche.
So che passarono trent’anni di storia e capovolgimenti di governi, il mondo partorì guerre e le fece crescere ma a Leros non cambiava nulla e nessuno pensava di poterlo cambiare.
So che la Grecia entrò in Europa e cercò in tutti i modi di buttare via i suoi scheletri custoditi negli armadi.
So che un giorno arrivò un giornalista della BBC e la sua telecamera mostrò al mondo che cosa succedeva nel manicomio di Leros.
So che il mondo vide, perché a quel punto voleva vedere, e confuse il manicomio con uno zoo.
So che parlarono molto e dissero che i matti morivano, dissero che i matti vivevano al freddo, dissero che i matti non erano curati, dissero che venivano lavati con getti di acqua fredda estate e inverno.
So che il manicomio di Leros fu definito il peggiore del mondo.
So che nel 1990 la Comunità Europea finanziò un progetto finalizzato alla radicale trasformazione del manicomio affidando il coordinamento del progetto ad una equipe di psichiatri e operatori di Trieste, molti dei quali affiancarono Basaglia nella lotta antimanicomiale.
So che accanto ai triestini lavoravano giovani olandesi e greci. So anche che nel 1990, al loro arrivo nel manicomio trovarono 350 persone, ognuno con lo sguardo rivolto verso un proprio mondo, incapaci di tenere ferma la mano dentro a quella di chi gli porgeva la sua.
Trovarono i morti del giorno prima e li seppellirono. Cominciarono a lavorare fianco a fianco con i guardiani del manicomio, si scontrarono con i loro continui tentativi di boicottare il lavoro non tanto per malevolenza quanto per ignoranza.
Tra gli operatori c’erano molte donne ed era difficile far sentire la propria voce a uomini cresciuti a Leros, piccolo punto di terra dello Stato più a sud dei Balcani. Iniziò il gioco di far finta di collaborare, di far finta di aver bisogno del consiglio di chi lavorava in manicomio da trent’anni.
So che il lavoro prese il via nel padiglione 11, il più numeroso del manicomio di Leros. Uomini forti come tori perché nell’11 c’erano solo uomini che urlavano quando qualcuno cercava di insegnargli a mettere i pantaloni e una maglia, uomini che non volevano dormire nei letti, uomini che non sapevano mangiare in altro modo se non con la bocca affondata dentro a secchi di cibo.
C’erano uomini che sbattevano la testa contro il muro e le proprie ginocchia tutto il giorno, tutti i giorni, da trent’anni ed erano gonfi come palloni e piano piano, ancora più piano, con dolcezza e divertendosi, con tutto il tempo che occorreva qualcuno cominciò a stare accanto a Pavili, mentre batteva la testa e a prenderlo sotto braccio per fargli fare due passi. Qualcun altro passò ore seduto a tavola per insegnare ad usare la forchetta e ad infilzare solo il cibo. Ci furono lettere e telefonate per autorizzare uno stanziamento di soldi per i piatti, di carta perché nessuno si facesse male e i bicchieri e le posate e le scarpe, e i letti e le lenzuola e tutto quello che in manicomio non arrivava mai.
Leros, la sporca, fu pulita con sapone e detersivo e il profumo si sparse per tutto il manicomio, tutta l’isola tanto che qualche guardiano scoprì che così era meglio, lavorare era più piacevole. Tutta questa nuova gente arrivata a fare la barba, mettere i vestiti, assegnare i letti con etichette che indicavano il nome di chi vi avrebbe dormito, tutto quel girare di motorini nell’isola di giovani impegnati a vivere dentro a loro storie slegate o forse totalmente connesse con il manicomio, tutto quell’improvviso rumore fatto di radio accese e schiamazzi, il pesce pescato e subito cotto e mangiato, le notti di luna piena che facevano brillare le case, gli occhi, i cieli e i matti si interruppe di colpo nel 1993 in seguito a gravi problemi amministrativi e di gestione del progetto.
Lo so e so che durò un solo anno e poi tutto ricominciò più forte di prima...." (Laura Facchi)

