Bjork travolge l’Arena

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VERONA - Pochi metri separano Bjork dalle prime file della platea, eppure quello che succede sul palco ed esce dalle casse sembra provenire da un’altra dimensione. Tutto coerente, insomma, con lo stile della cantante islandese e del suo staff.


Il concerto inizia all’insegna della puntualità, in perfetto contrasto con la mezz’ora di ritardo canonica che si presta a queste occasioni: alle 21.00 in punto, mentre le gradinate si stanno ancora riempiendo, spariscono le luci e si smorza la musica di sottofondo. Da dietro le quinte compaiono 10 “folletti”, ovvero la sezione di 10 fiati, abbigliati con costumi che rimandano ad un mondo che non esiste e, camminando in fila indiana, iniziano a scaldare il pubblico con un ipnotico intro. Pochi istanti e Bjork compare saltellando, due esplosioni perfettamente sincronizzate dal fondo del palco e parte con impeto Earth intruders, prima traccia di Volta l’ultimo album dell’artista. Le prime file balzano in piedi dai seggiolini e istintivamente si avvicinano alle transenne. Alla fine del primo brano è un incontenibile scroscio di applausi e grida, il pubblico è già oltre il limite della “pelle d’oca” e cosi resterà fino alla fine dello spettacolo.

I brani si susseguono incessantemente, da quelli di Volta snocciolando quelli degli altri album, da Pagan Poetry di Vespertine, “pluto” e “immature” di Homogenic ad Army of Me e Hyper- ballad di Post, senza tralasciare alcune hit come All Is Full Of Love. Bjork è molto carica, si muove con grande disinvoltura sul palco e sembra proprio sentirsi a suo agio. Non smette un attimo si saltellare qua e là nel suo modo un po’goffo e bambinesco, lasciando cantare al pubblico qualche verso, lanciando occhiate d’intesa ai musicisti che dalle retrovie forniscono una base perfetta e sincronica su cui la cantante ricostruisce alla perfezione le linee vocali frastagliate da improvvisi acuti che caratterizzano il suo stile. La scenografia è tutto sommato più sobria e ridotta all’essenziale di quello che ci aspettava, ma non per questo meno efficace. Stendardi che richiamano la grafica dell’ultimo album decorano il palco ai lati e sullo sfondo, giochi di luce studiati ad hoc non cessano mai di colpire sia i musicisti che il pubblico. I membri della sezione fiati, quando non eseguono, ballano e si dimenano selvaggiamente sulla loro pedana dando un’ulteriore accento all’atmosfera primitiva e allo stesso tempo tecnologica che si è ormai creata in Arena.

Gli spazi lasciati al silenzio sono davvero pochi e si alternano momenti di quiete e malinconia, esplosioni di energia, atmosfere quasi psicotrope sostenute dal sapiente uso di laser e strobo. In altre parole un riassunto efficace della produzione di Bjork dagli albori ad oggi. Nota di merito per Mark Bell, che salta infaticabile dal synth al campionatore al reactable, dando un forte contributo al muro di suono sintetico che mai come dal vivo è stato così potente ed efficace rispetto alle registrazioni della band.

È un crescendo di emozione ed adrenalina che il pubblico segue alla lettera dimenandosi e ballando sulle battute dei ritmi più martellanti, che nella seconda parte dello show giungono a puntino. A questo punto ci si rende forse conto dei limiti dello spazio dell’Arena, dove praticamente tutto il pubblico della platea ha abbandonato i seggiolini per accumularsi il più vicino possibile al palco e generando saltuarie scene di tensione in cui lo staff è costretto a spingere indietro i fan più “indemoniati” dal suono. L’acustica è comunque perfetta e su questo il teatro veronese non poteva tradire.

Declaire independence succhia le ultime energie al pubblico e alla band, anche sul palco Bjork e i suoi 10 “folletti” si lasciano andare ad una danza sfrenata e scomposta che fa ben immaginare come dovevano svolgersi i baccanali.

Nel giro di un’ora e venti minuti tutto è finito e lo sguardo delle persone che cominciano a dirigersi verso le uscite sembra talvolta spaesato e deluso: quasi tutti loro avrebbero probabilmente voluto che questo concerto non finisse mai.

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