Cesare Scoccimarro - Architetture per Pordenone 1925-1936

Dal 16 settembre al 30 ottobre 2010

Ho da tempo desiderato presentare una mostra dedicata alla figura dell’architetto Cesare Scoccimarro, dando modo ai cittadini pordenonesi e agli appassionati d’architettura di vedere per la prima volta esposti una serie di disegni in parte autografi, foto e filmati, articoli e altro materiale d’epoca, relativi ai progetti realizzati dal 1925 nella nostra città allora in via di sviluppo, di cui condizioneranno positivamente la fisionomia: l’ampliamento del Municipio, la sistemazione di piazza XX Settembre, la Casa del Balilla, la Casa del Mutilato, villa Della Torre (con Pietro Zanini) e altri progetti di sistemazione viaria, di un mercato coperto e di una pescheria, della Casa del Fascio (realizzata poi da Zanini).
L’idea della mostra ha preso corpo spinta da una duplice ragione. La prima è di carattere personale e affettivo perché considero Cesare Scoccimarro, nato a Udine nel 1897, il capostipite degli architetti (usciti dalle famiglie di mio padre Ado e di mia madre Ester, laureati tutti presso la Scuola d’Architettura di Venezia) che si sono succeduti nell’esercizio del proprio mestiere a Pordenone. Li voglio in questa occasione ricordare.
Ado Furlan (1905), che collaborò con Scoccimarro per gli interventi scultorei nella Casa del Balilla, poté frequentare solo un biennio d’architettura a Venezia: è apprezzabile il suo interessate (e forse concorrente) disegno del 1934 per la Casa del Mutilato.
Mario Scaini (1913), dopo essersi “fatto le ossa” a Milano nei cantieri dove si realizzavano i progetti di Scoccimarro per la Rinascente e per il Banco di Roma, aprì un secondo studio in viale Cossetti dopo la morte di Cesare avvenuta a Roma nel 1953. In queste stanze mio fratello Gianluigi Furlan (1935), da poco laureato, iniziò la propria attività collaborando con lo zio. Proseguì poi un intenso lavoro trasferendosi in via Damiani, all’incrocio con via Mazzini. Da qui partì infine Ado Furlan junior (1966) che ora ha studio con Vittorio Pierini nella Casa Furlan di via Mazzini, dov’è la sede pordenonese della Fondazione, che feci costruire su progetto di Giannino sul luogo della ottocentesca casa del nonno.
La seconda ragione per la quale ho voluto questo esordio espositivo pubblico del lavoro di Cesare Scoccimarro è che esso diventi trampolino di lancio per una più ampia valorizzazione della personalità artistica dell’architetto. Di tale progetto ho più volte discusso con i cugini Sonia e Antonio Scoccimarro convenendo che all’attuale consistenza di dati biografici e di valutazioni critiche, ancora piuttosto parziali se non lacunosi, debbano aggiungersi una più approfondita lettura e una articolata valutazione storica dell’opera dell’architetto nel contesto italiano ed europeo.
Mi auguro che un’iniziativa in tal senso vada programmata e intrapresa senza ulteriori rinvii. Per scendere nel concreto dichiaro fin d’ora il mio impegno, anche a nome della Fondazione Ado Furlan, affinché si organizzi in sede opportuna un convegno di studi specialistici su Scoccimarro, per esaminare e illuminare non soltanto gli aspetti strettamente achitettonici della sua intensa attività ma anche quelli inerenti ai suoi studi sull’arredo di interni, alla progettazione di mobili e di oggettistica varia. Dopo tale messa a fuoco la Fondazione Furlan farà seguire, con l’auspicabile sostegno di Istituzioni cittadine e provinciali alle quali estendo la mia proposta, un’esposizione a larga scala della superstite “opera omnia” di Scoccimarro. Questo è nei voti.
Rivolgo infine un cordialissimo ringraziamento a Sonia e Antonio Scoccimarro, nonché agli architetti Annalisa Avon a Ado Furlan per la generosa collaborazione prestata rispettivamente nella cura e nell’allestimento dell’esposizione
. (Italo Furlan)

Dalla metà degli anni Venti alla fine degli anni Trenta Cesare Scoccimarro (Udine 1897-Roma 1953), giovanissimo, fu a Pordenone una sorta di «architetto civico» e a lui si devono i principali interventi che definirono, tra le due guerre, il nuovo volto della città. La collaborazione con l’amministrazione ebbe inizio dal restauro e ampliamento degli Uffici comunali, iniziativa dai contenuti simbolici se la si considera in relazione alla storia politica, ma per Scoccimarro, a suo stesso dire, progetto di «enorme difficoltà», per il valore storico del sito e degli edifici che avrebbe investito. Un’attenta mimesis e l’utilizzo di un frasario neomedievale e neorinascimentale risolsero il conflitto fra antico e nuovo, ma lo storicismo lasciò il posto, nei progetti immediatamente successivi, a un linguaggio più adeguato a rappresentare i miti e i valori dell’Italia fascista. Nella Casa del Balilla, nel progetto per la Casa del Fascio e nella Casa del Mutilato, vere architetture politiche, sedi delle organizzazioni che costruiranno intorno al regime la rete del consenso popolare, la scelta del linguaggio razionalista non implicò la rinuncia ai contenuti figurativi o rappresentativi dell’architettura, che poté così fregiarsi di colonne stilizzate, di iscrizioni latine ad altorilievo, di decorazioni scultoree.
Nella cultura architettonica degli anni Trenta, classico e razionale sono d’altronde due concetti che sembrano poter dialogare, in quanto valori assoluti. L’architettura di Cesare Scoccimarro partecipa delle contraddizioni del tempo, tra i due estremi del funzionalismo modernista e delle esigenze della retorica: conoscerne il lavoro, e in particolare le opere di Pordenone, riconduce ad alcuni dei nodi più critici del fare architettura, allora apparentemente risolti nel concetto di «stile nazionale», e può forse permettere di meglio valutare la storia della città in relazione alle vicende che coinvolsero tutta l’Italia.

Annalisa Avon

Durante la guerra al mattino c’erano due treni da Udine per Venezia che si fermavano a Pordenone alle cinque e alle sette. Trasportavano gli studenti delle scuole medie e gli operai di Porto Marghera. All’inizio del 1943 il treno delle sette fu soppresso e a noi rimaneva solo di imbarcarsi in quello delle cinque. Arrivati a Pordenone ci si scaldava attorno ai termosifoni della sala d’aspetto della stazione […]. Poi si andava a guardare le vetrine sotto i portici, tra il profumo del caffè e delle paste appena sfornate. Ma il dovere ci richiamava verso la zona delle scuole dove sorgevano gli edifici monumentali delle organizzazioni giovanili fasciste. Ci intimidivano come Renzo all’ingresso a Milano […]. La Casa del Balilla, la Casa del Mutilato, la Casa del Fascio. Edifici sorti su progetto di Cesare Scoccimarro che aveva sposato una sorella di Ester. Architettura d’avanguardia fatta per essere fruita dalle nuove generazioni, che con le sue linee moderniste teneva in subordine la scultura: ornamento necessario come le quinte di una scena teatrale.
L’architetto Scoccimarro era una figura di primo piano e a Pordenone gli venivano affidati i progetti più importanti poiché aveva elaborato la fusione tra architettura razionale e gli obiettivi celebrativi del regime. Per la Casa del Balilla Scoccimarro era riuscito a far affidare a Furlan il compito di erigere quattro grandi statue simboleggianti la nuova epoca. Alla fine ciò che colpiva di più la nostra immaginazione erano proprio quelle statue che esaltavano la nostra idea di monumentalità […]. All’inaugurazione nel 1936 della Casa dell’Opera Nazionale Balilla, che era sorta in una zona periferica e semiagricola, il podestà, giudicando sconvenienti le case contadine intorno, ordinò di mascherarle con stendardi, trofei e bandiere. Senza saperlo aveva costituito un precedente al bluff scenografico ideato a Roma da Starace in occasione della visita di Hitler.

Nico Naldini (Una famiglia di bronzo e di pietra, in Corrispondenze a Nord-Est. Lettere di artisti a Ado Furlan 1930-1956, a cura di C. Furlan, Udine, Fondazione Ado Furlan & Forum, 2008, pp. 10-12).

Scheda Evento

Location:
Fondazione Ado Furlan, Via Mazzini 49 - PORDENONE
A cura di:
Annalisa Avon
Orario:
17-19 settembre, 10.00-13.00 / 16.00-20.00, dal 21 settembre, martedì-sabato, 17.00-19.30
Tel.:
0434208745