Un successo: dal Friuli, dal Veneto e dal Trentino sono giunti i fan dello showman numero uno in Italia. Fiorello non delude le aspettative e da subito, ancora prima di entrare in scena, inizia a intrattenere il pubblico da dietro le quinte. Unico, spontaneo, invidiabilmente comico, con la battuta fin troppo giusta. Ma questo lo si sapeva già.
Dopo l’entrata dell’orchestra, diretta dall’oramai inseparabile Enrico Cremonesi, e dopo la sigla che dà il via allo spettacolo, accompagnata da una serie di lettere che scendono dai maxi schermi e che vanno a comporre il nome F-I-O-R-E-L-L-O, l’eclettico artista irrompe sulla scena giustificando subito il rinvio della data udinese (che era prevista per il 19 giugno, ndr): ovvero la presunta partecipazione sua e del maestro Cremonesi al Gay Pride di Roma, e a scanso di equivoci precisa: “Ci avete visti in televisione no?, eravamo quelli con il perizoma di renna”.
Da subito Fiore cerca di conquistarsi il pubblico friulano ricordando che da giovane svolse il servizio di leva a Sacile. Non solo, in realtà cerca pure di arruffianarselo, inventandosi che suo padre era di Tarvisio e sua madre di Osoppo. I due si incontrarono a Udine Sud e decisero di emigrare in Sicilia in piena controtendenza: divennero la prima coppia di emigranti intelligenti.
Prima di entrare nel vivo dello show Fiorello saluta il presidente dell’Udinese, Pozzo scambiando con lui alcune battute sulla vendita di Iaquinta alla Juventus, e ricorda che oltre al ballerino voleva fare altre cose, tra cui il calciatore, ma su questo aspetto ritornerà più tardi.
Tutto lo sspettacolo segue il filo del titolo che dà il nome al tour: Fiorello incorre così nel pseudo-ricordo di quando svelò al padre le proprie ambizioni di danzatore. Il racconto viene spezzettato da una serie di balletti più o meno professionali. Ovviamente chiedere a Fiorello di fare bene anche il ballerino è eccessivo, ma tra un can-can e l’imitazione di Enzo Paolo Turci (nonché quella di Joaquín Cortés più tardi) si può almeno affermare che l’impegno con cui si prodiga è il massimo. Comunque sugli schermi vengono proiettate le coreografie di Luca Tommassini, che vanno a compensare le mancanze dello showman. In fondo il ballo non è la sua specialità, dicevamo, di certo gli riescono benissimo le imitazioni: da Raffaella Carrà (con tanto di parrucca bionda) a decine di altri personaggi storici del suo repertorio: l’on La Russa, ad esempio, dà spesso voce alle sfuriate, mentre il Gobbo di Notre Dame/Cocciante diviene, con il suo tono afflitto, l’alter ego del Fiorello incapace di comunicare al padre il suo volere.
Immancabile il duetto con Michael Bublè che condivide con lui il successo Home. Quando Fiore, durante una diretta fittizia, cerca di spiegargli dove si trova, l’uscita è Udain, ovvero una pronuncia alquanto improbabile di Udine, in inglese.
Nonostante la proverbiale riservatezza sulla sua vita privata non manca di raccontare, ovviamente in chiave ironica, la nascita della figlia, la paternità e le sensazioni ad esse correlate. Partendo da questo conteso coinvolge il pubblico in una versione live di Ci sono due coccodrilli, immancabile filastrocca dell’infanzia di molti dei presenti, i quali si lasciano trasportare dalle note del maestro Cremonesi che, al segnale di Fiorello, dà il via alla versione swing della canzoncina, con tanto di filmatino/cartone animato sui maxi schermi.
La seconda parte dello show inizia con un omaggio alla radio: vengono passati alcuni richiami alle sigle di vecchi programmi come Tutto il calcio minuto per minuto e Gran Varietà. Fiorellosi si cambia d’abito: da camicia e giacca nera – più colletto con paillettes – passa ad una camicia rossa con un gilet paillettato. Questo è forse il momento più impegnato dello spettacolo. Lo showman, infatti, lancia una serie di messaggi: “Dobbiamo difendere la radio e la musica italiana dall’esterofilia”. Non solo, prosegue infatti con: “Oggi tutti i ragazzi hanno l’I-Pod e scaricano la musica gratis: non si comprano più i cd. Lo Stato ed il governo italiano non proteggono la musica italiana. In Francia le radio sono obbligate a passare una certa percentuale di canzono francesi”. L’aggancio con i “cugini d’oltralpe” (cugini de che?) gli serve per esibirsi nell’imitazione della chic Carla Bruni prima di cimentarsi in quella di Andrea Camilleri cui segue, anche qui, il messaggio di comunicazione sociale: ragazzi, seriamente, non fumate.
Avviandosi verso la fine dello show, Fiorello passa per l’imitazione di Joaquín Cortés, che lui definisce una via di mezzo tra Mietta e Fonseca, l’interpretazione di Besame mucho e quella della hit Strade vuote. Dopo aver presentato la band, infila il cappello d’alpino e saluta l’8° Reggimento Alpini con l'inno Sul cappello. Esce, ma non se va. Fiore non riesce proprio a stare lontano dal palcoscenico. Per concludere si serve del suo primo grande amore: il Karaoke, di cui si definisce cintura nera. Sulle note di Battisti prima, e dei Beatles poi, con uno Stadio Friuli che canta a squarcia gola e sventola in aria i cellulari illuminati, Fiorello esce dalla scena. Questa volta davvero.
