Il ciclone Killing Joke al Venice Airport Festival 2009

@live!&Well

VENEZIA - Hanno senso i Killing Joke nel 2009 a trenta anni dalla loro nascita? È questa la domanda che sorge quando musicisti di mezza età si ripresentano sul palco di fronte ad una platea di giovani, che hanno seguito le loro gesta in terza persona e vogliono toccare con mano i protagonisti del passato musicale. A freddo si potrebbe dire che la loro reunion, con tanto di disco nuovo e con formazione originale, con aggiunta di un nuovo tastierista, abbia meno senso di quella dei Wire (ancora superlativi), ma più significato di quella dei Sex Pistols o dei Damned (ma non erano costoro i promulgatori del no future?).

 

A caldo, cioè alla fine del concerto di Tessera di venerdì 31 luglio, al zanzarodromo del Venice Airport Festival, possiamo dire però che di loro c'è ancora bisogno. In un periodo storico in cui i loro epigoni si sprecano (Nine Inch Nails in testa) la band inglese ripropone una formula ancora fresca ed energica, sia a livello musicale che di contenuti, visto che gli incubi apocalittici descritti da Jaz Coleman tre decenni fa sono quanto mai attuali. Ed è stato proprio il front man a catalizzare l'attenzione del pubblico, che prima si è gustato la riuscita esibizione dei Wora Wora Washington, presentandosi con una maschera di carnevale, cantando sul riff scolpito nella roccia di Requiem ed invitando tutti in seguito al ballo seguendo il ritmo tribale di Wardance. Il fatto che la introduzione al live act sia stata affidata ai due classici assoluti del gruppo faceva temere un andamento decrescente della serata, ma così non è stato. Anzi, l'intensità è cresciuta di brano in brano. Coleman infatti, ha dimostrato la sua abilità di consumato cantante, ha messo in scena un corpo di energia implosa espresso da una mimica a tratti inquietante. Un vero 21st Century Schizoid Man, a cui vanno aggiunte pose da predicatore apocalittico che ne farebbero un personaggio perfetto per il ciclo di Eymerich di Evangelisti. Unico neo, una voce che non ha più la forza e l'estensione dei bei tempi, ma è comunque sufficiente, anche perchè la band è stata un turbine di energia al calor bianco: Youth al basso e Brodie alla chitarra hanno riversato torrenti di lava sonora ed hanno travolto il pubblico come una sorta di ciclone, mentre il drumming di Ferguson, dedito anche alle linee vocali, è stato ferocemente tribale. È risaltata la peculiarità che ha fatto assureger il gruppo inglese allo status di culto, vale a dire una fusione di furia punk, attitudine industrial e temi esoterici cari anche al metal più estremo.

Nell'ora di concerto ha dominato il passato musicale dei nostri, che hanno riproposto, tra gli altri, l'impeto modernista di Love Like Blood, l'alienazione di Madness, il riff clonato da Cobain di Eighties e la trascinante Wait. Il pubblico a tratti ha ballato ed a tratti è sembrato esterrefatto di fronte ad una simile macchina da guerra, testimone e portavoce del disagio urbano di qualche decennio fa, ma, a quanto pare di un'attualità stringente. I Killing Joke sono cantori di un futuro prossimo inquietante, fatto di guerre e violenza, visto con gli occhi di chi non può fermarlo e, per questo, porta ad un senso di rabbiosa impotenza o a rifugiarsi nei propri incubi; ricordiamo in tal senso l'esilio di Coleman in Islanda ad attendere la fine del mondo ed il suo interesse per la figura Aleister Crowley. Tutto questo si è avvertito nel sottotraccia del sabba sonoro dello show al Venice Airport Festival, conclusosi con l'encore di Complications, alla fine del quale i musicisti hanno lasciato il palco, con gli strumenti, che, lasciati di fronte agli amplificatori, emanavano in loro assenza l'ultimo grido di dolore.