UDINE – Teatro Giovanni da Udine completamente esaurito ieri sera per l'attesissimo allestimento, in data unica, de Il flauto magico (Die Zauberflöte) di Mozart. L'opera (1791, KV 620), di complessivi centocinquanta minuti, è un classico esempio in forma di Singspiel, un genere di teatro popolare (periodo '700-'800) dell'area tedesco-austriaca nel quale le parti cantate si alternano a quelle parlate.
Lo stile è quello tipico della Zauberoper: un delicato, equilibrato e frizzantissimo mix di tragico e comico, meraviglioso e salace.
Antico Egitto, ammantato di forti elementi favolistici e allegorici. Il principe Tamino è incaricato, insieme al bizzarro uomo del bosco Papageno, di liberare Pamina, figlia della Regina della Notte, tenuta prigioniera presso il castello del Gran Sacerdote del Regno della Saggezza (Sarastro, suo padre). I due, con l'ausilio di un flauto magico e di tre campanellini che rendono ilare qualunque cosa, s'introducono furtivamente nella fortezza di Sarastro e liberano la poveretta; prima di scappare vengono però acciuffati dalle guardie e condotti al cospetto del Sacerdote. Egli propone a Tamino tre prove (silenzio, acqua e fuoco), superate le quali potrà coronare il suo sogno d'amore e di felicità con Pamina.
Il librettista Emanuel Schinkaneder ci propone una storia surreale, legata a doppio filo al tema fantastico delle fiabe, in cui esseri umani agiscono con creature magiche di varia natura (maghi, fate), animali e piante. Un divertissement a maglie apparentemente larghe (non tutto sembra spiegabile razionalmente), ma piacevolissimo e coinvolgente, con un fondo morale: la scelta della saggezza e della purezza di sentimento conducono alla luce e alla vita. Un inno all'amore, intessuto di voglia di libertà e permeato di una moderna concezione dei personaggi, con ribaltamento finale dei ruoli e delle apparenze (Astrifiammante, la Regina della Notte, all'inizio sembra una brava e premurosa madre). Il ricorso continuo al numero tre (dame, paggi, prove), al sette, alla specularità di luce e tenebre, a rituali iniziatici, hanno fatto spesso interpretare questo lavoro in un'ottica massonica; ma c'è anche l'aspirazione illuministica alla saggezza e una certa sottolineatura positiva del giusnaturalismo, che in Papageno vede la figura del semplice e umile servitore del bene (diritto naturale).
Mozart, da canto suo, intesse uno spartito (due atti e otto quadri) oliato alla perfezione, totalmente adagiato alla novella fantastica e ricco di armonia, velocizzazioni e pause, con due arie indimenticabili: l'assolo di Astrifiammante in Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen e il simpaticissimo duetto di pa-pa-pa-pa-Pageno/Papagena.
Superba la realizzazione tecnica nella coproduzione tra Fondazione Pergolesi di Jesi, Teatro dell'Aquila di Fermo e Teatri S.p.A. di Treviso in collaborazione con RSI Radio Svizzera e Rete 2. Regia, scene e costumi di Eugenio Monti Colla (con l'aiuto fondamentale delle luci di Roberto Gritti) ricreano un universo fantastico e magico, che sa soprendere felicissimamente l'occhio del pubblico riportandolo tra le pagine dell'infanzia, con soluzioni genialmente pure nel loro splendore cromatico (apparizione di Astrifiammante e di Sarastro) e nella delicata naïvité di fondo (la prova di richiamo del Flauto nella foresta, con gli animali di cartone a far capolino, ondeggianti, tra i cespugli). Perfetta la resa strumentale dell'Orchestra da Camera Europea e del Coro della Radio Svizzera, diretti con piglio e polso dalla classe di Diego Fasolis; il tutto condito da ottime voci, su tutte la magnifica e controllata (nell'interpretazione dei sentimenti) Sofia Solovy (Pamina) e Ekaterina Lekina (Astrifiammante).
Uno spettacolo di rara bellezza, scorrevole, che ha colpito a bersaglio orecchie, occhi e cuore dello spettatore.
