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Il sound ipnotico dei Baba Zula al Palamostre

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[img_assist|nid=10620|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]UDINE - Venerdì 9 novembre al teatro Palamostre di Udine, davanti ad uno scarso pubblico, si è esibita la band turca dei Baba Zula. I rari nantes seduti qua e là non avevano tuttavia l’occhio di un naufrago in mezzo al mare ma quello consapevole di chi è convinto di essere venuto allo spettacolo giusto.

Precipitarsi in massa credendo di assistere alla danza del ventre di paffute odalische sarebbe stato infatti un errore da sprovveduti e lo smaliziato pubblico udinese, ormai da tempo, sa cosa scegliere.
O forse alcuni di loro avevano visto il film documentario Crossing the Bridge del regista Fatih Akin nato ad Amburgo ma turco di origine che, nei modi di Wim Wenders a Cuba, rivisita assieme ad Alexander Hacke (autore della colonna sonora del suo precedente film La sposa turca) l’ambiente musicale di Istanbul dove scopre appunto il gruppo psichedelico dei Baba Zula, in gergo papà pusher.

Ed ora eccoli a Udine ad inaugurare la stagione musicale 2007-2008, primo di sei spettacoli del Palamostre curati dall’associazione culturale Euritmica.

Scenografia essenziale in sfondo nero, faretti in controluce blu notte sui tre musicisti, una selva di autoparlanti meticolosamente distribuiti, diavolerie elettroniche per filtrare e amplificare il suono. Murat Ertel al saz elettrico, una chitarra saracena tutta istoriata, si avvicina sicuramente all’idea immaginaria che normalmente abbiamo di un turco: baffi[img_assist|nid=10621|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=479] all’ingiù che invadono le gote, una palandrana arlecchinesca sulle spalle evocante atmosfere da corte ottomana. Un look ordinario per gli altri due, Levent Akman alle percussioni e all’apparato elettronico e Casar Kamci al darbuka.

Invece Ceren Oykut, la bella fanciulla dalla pelle diafana che fin dall’inizio disegna su una tavoletta grafica proiettando i segni su un grande schermo, veste una giacca bianca di taglio militare.

Già i primi pezzi svelano in pieno le caratteristiche speciali del loro sound. Gli strumenti musicali sono antichi ma il saz, il tradizionale liuto turco, è elettrificato e il suono che ne esce è come tonificato e rinvigorito. La darbuka, il famoso strumento a percussione egiziano, accanto alle amplificazioni elettroniche e ai suoni filtrati e campionati acquista nuova vita. Ogni tanto Murat Ertel lascia le corde del saz e lancia proclami con una voce che sembra provenire da mondi lontani. Voci digidalizzate di animali (uccelli, leoni, asini...) ma anche cucchiai e nacchere entrano disinvoltamente nel ritmo che da lento diventa convulso e poi ancora lento.

Sentendoli per la prima volta si rimane affascinati ma anche sconcertati. La loro musica è innovativa (oriental dub, la chiamano) perché sulla base dei suoni tradizionali medio orientali (di tradizione sufi-islamica e anatolica) hanno riversato il rock’n roll psichedelico di stampo occidentale anni sessanta e settanta. Non solo. Ci sono anche l’hip-hop e le melodie da mille e una notte. Un cocktail micidiale, alcuni direbbero, tanto da lasciarci storditi e forse un po’ incazzati o indifferenti. Ma questa nuova dimensione della Turkish Folk Music ha preso vita a Istanbul, la città delle mille influenze etniche, la metropoli ponte tra Occidente e Oriente, il solo posto dove i suoni arabi possono mescolarsi ai suoni elettronici, le percussioni orientali allo stile dj, il sufi alla discoteca. Allora comprendiamo l’operazione e forse dovremmo anche esaltarla perché è sul Bosforo probabilmente il futuro del nostro occidente musicale e politico. In questa chiave ci sembrano naturali i disegni artistici che appaiono sullo schermo in sintonia con la musica, la videoarte di una serissima Ceren che segue la band dal 2004. Ma la vera sorpresa, quella che dovrebbe convincere anche i palati più esigenti è la danzatrice del ventre che appare in quattro songs. Non è la ballerina volgarotta e pienotta che anima le serate negli alberghi medio orientali dei viaggi turistici, ma la belly dancer Nourah proveniente nientemeno che da Tokyo. La minuta ragazza asiatica dai lineamenti delicati è una vera bomba. Accompagna la musica con incomparabile flessuosità e ciò che spiazza è il mix di ironia e sesso che il suo corpo sprigiona. I suoi veli svolazzanti, il sorriso enigmatico, i movimenti calcolati dei suoi seni adolescenziali incatenano lo sguardo e fanno sognare nuove atmosfere orientali. Sulla sua faccia dagli occhi a mandorla posano con indifferenza ora uno scandaloso burka traforato, ora un paio di occhiali luminosi, ora una maschera del teatro kabuki. Potenza della contaminazione! Alla faccia dell’integralismo di qualsiasi natura.

Per un’ora e mezza i Baba Zula ci tengono legati alle sedie e poi anche fuori nella notte fredda di Udine nelle nostre orecchie continua a risuonare l’eco di una musica tollerante e aperta al mondo contemporaneo.