Mamma Mia! Canta che ti passa!

ConSequenze

La funzione primaria del musical americano è da sempre quella di materializzare i sogni meravigliosi di cui il pubblico ha bisogno, per dimenticare le ristrettezze e le privazioni del quotidiano. Obliare per un paio d’ore il presente dunque, liberare la mente e sciacquare i propri pensieri in ambientazioni lussuose/esotiche e in strepitose coreografie danzanti.

Il discorso, che calzava a pennello negli anni ’30 del crollo di Wall Street e della Grande Depressione, sembra trovare un senso anche per la nostra contemporaneità. Anni bui di disastri ecologici, di colossi bancari che miseramente falliscono, di guerre sante e rappresaglie armate imbastite a spanne. Il periodo di uscita in sala di Mamma Mia! collima (ottima valutazione distributiva) con i duelli tv Obama – McCain, con un’ardua scelta per il futuro statunitense. Il popolo, chiamato ad un ruolo attivo, indeciso fino all’ultimo che fa? Magari per “spegnere” la tensione va proprio al cinema; e siamo sicuri che tra un bellicoso film sull’Iraq (The Hurt Locker di Miss Bigelow), un ansiogeno horror post-11 settembre (The Mist, da Stephen King) e una frizzante commedia musicale girata nelle splendide isole greche di Skiathos e Skopelos sceglierà quest’ultima opzione.

La funzione socio-politica del musical non paia una forzatura, a maggior ragione dopo le dichiarazioni di Meryl Streep, protagonista di questo Mamma Mia!: quando me l’hanno proposto stavo guardando la Bbc, ascoltando le brutte news cui siamo abituati da tempo. Sono balzata in piedi e mi sono detta: farò questo film e sarà divertente. Così è stato. Ora guardo al futuro più serenamente e incrocio le dita per la vittoria di Obama. Ed eccolo allora, Mamma Mia!: un concentrato energico e pimpante di accattivanti canzoni melodiche (tutte degli Abba, notevole gruppo svedese anni ‘70/’80 divenuto in breve icona kitsch-gay), incollate ad una trama leggera leggera che spesso si perde tra le righe durante la visione.

La giovane Sophie (fresca, fotogenica e sorridente è l’attrice Amanda Seyfried) prima di sposarsi vuol conoscere il vero padre, e dalla lettura del diario della madre (la Streep) scopre che le alternative sono tre: il banchiere Colin Firth, l’impeccabile Brosnan e l’avventuriero Skarsgard. Li invita tutti alla cerimonia, confidando in un riconoscimento immediato del genitore appena lo avrà davanti. Cosa che ovviamente non accade.

Meryl Streep balla, salta e canta come una giovinetta in fiore (lasciando tuttavia in chi guarda sensazioni di inquietudine e tenerezza per le sue innaturali evoluzioni), i brani musicali fioccano (alcuni infilati a forza come Dancing Queen), il finale è placido e deliziosamente happy (pure troppo); tutto nell’opera prima di Phyllida Lloyd è euforico, necessariamente sopra le righe e palesemente finto, come gli sfondi taroccati che fanno da contraltare allo splendido e reale mare greco. Questa pare una critica ma non lo è, perché a fine proiezione i motivetti restano amabilmente in testa, il traguardo dell’allegria immotivata è raggiunto e la misteriosa simpatia della pellicola ci ha del tutto conquistati. Missione compiuta.

Anche l’Italia ha il suo genere scacciapensieri: si chiama cinepanettone, e non è esportabile (grazie al cielo!). Il musical lo è, ma noi italiani da sempre lo snobbiamo. Il fatto che ora Mamma Mia! stia riscuotendo un enorme successo anche qua è un dato da non sottovalutare, perché forse vale come termometro del nostro attuale stato di crisi nazionale e del nostro bisogno impellente di evasione e distrazione.