R.E.M. a Villa Manin: It’s the end of the band, as we know it...

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Codroipo (UD) - È stato certamente l’evento dell’estate friulana 2008 quello dei REM a Villa Manin di Passariano nell’ambito della rassegna No Borders; il trio Stipe, Buck e Mills sono infatti reduci da un album, Accelerate, che sta raccogliendo consensi di pubblico e critica.


La prova live è in questi casi sempre doverosa per tastare una longevità artistica che dura da 5 lustri, che per questo motivo ha segnato diverse generazioni. Hanno aperto gli inglesi, da Birmingham, Editors, gruppo che deve essersi accorto che fare i Joy Division senza Ian Curtis è come fare il vino senza uva, infatti nel loro set hanno ricordato più i primi U2 e le conseguenti guitar band dei primi ottanta. Il risultato è stato un concerto onesto, ma senza quella profondità e personalità che probabilmente renderanno la band un gruppo buono al massimo per gli ascolti sulle radio di style rock più à la page. Cresceranno?
Diverso il discorso dei REM, visto che durante la loro carriera hanno potuto maturare diverse incarnazioni, mutando piano piano il loro stile: dalle atmosfere oniriche del 1983 ad un rock più diretto ed FM di oggi. Come dire dalle collage radio americane del passato ai grandi network attuali. Il pubblico accorso numeroso a Villa Manin è sembrato più figlio dei secondi, non si può spiegare altrimenti la sua immobilità durante l’esecuzione di Maps and Legends o di Fall on Me (rispettivamente 1985 e 1986) e l’entusiasmo per le più recenti Drive e Losing my Religion e per i brani dell’ultimo Accelerate. Evidentemente per la maggior parte degli accorsi, Paisley Underground è il nome di una marca di assorbenti e jingle jangle è un gioco di società. Poco male, per carità, vuol dire che la band di Athens ha saputo rinnovarsi efficacemente ed ha raggiunto un vastissimo pubblico diverso da quello carbonaro degli anni ottanta, ma lo stacco rispetto al passato, checchè ne dicano gli esperti locali di musica, è netto. Agli esordi la musica dei REM, pur pagando tributo ai Byrds, era formata in gran parte da affascinanti ballate, che incantavano per il loro porsi fuori dal tempo, grazie anche al timbro particolare della voce di Michael Stipe, le cui parole erano talvolta inintelligibili e stranianti come le copertine e la grafica dei loro dischi. Ora lo stile del gruppo è più attualizzato ai suoni del rock anni novanta (dichiarata è la loro ammirazione per Mr. Cobain), con chitarre grintose e ritmiche secche. Se però in studio il gioco riesce (pregevole è infatti il loro ultimo album), dal vivo si evidenzia la banalità di una formula ormai fatta propria da decine di gruppi e che dopo mezz’ora inizia a tediare. Stipe e Buck saltano e si rendono coinvolgenti per celebrare il rito dal vivo, ma l’impressione è che sia in atto una recita che deve giustificare il successo planetario del gruppo. Non abbiamo quindi trovato nessuna magia quindi tra le corde dei REM ed abbiamo verificato la fine di quello spirito indipendente, che dal vivo si esprimeva attraverso le covers di Syd Barrett o dei Wire.
Di questo ne hanno risentito la sera del 24 luglio anche brani illustri come Orange Crush e The One I love, mentre ha dimostrato un buon tiro What’s the Frequency, Kenneth? tratta, guarda caso, da Monster, il disco più influenzato dal grunge e sempre suggestiva è stata la lunare Nightswimming. Il commovente salto nel passato di Sitting Still e (Don’t go back to) Rockville, con Mills, novello Chris Hillman, alla voce non ha risollevato le sorti di un concerto che è piaciuto ai più, ma che ha lasciato l’amaro in bocca a chi, probabilmente Out of Time, cerca qualcosa di meno banale nella musica. Mentre il concerto si chiudeva sulle note di Man of the Moon, inevitabile era la domanda: What’s your Frequency, Michael?

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