UDINE - Ancora pioggia, ma tu che fai, che fai se continua a piovere? Che fai se non smette? Io ci vado lo stesso, io vado dentro. Sul prato. Ha smesso. Entriamo e un giro di birre, subito. Cinque euro a lattina ma va bene, cioè no, va bene lo stesso. Poi, subito poi, si comincia. Poi, subito, comincia.
Qui si fa la storia, aveva ragione il giornale, allora, che avrebbe cominciato con quella e bella, però, bella forte ma speriamo che non le canti tutte, quelle del nuovo disco perché boh, o è che siamo noi a non volerlo capire o che siamo abituati troppo bene ma però, uffa, però quel disco lì non è che gli sia venuto tanto bene come gli altri e vabbè: magari le canta tutte per davvero e poi ci accorgiamo che avevamo capito male, che in fondo forse non siamo poi tanto buoni ad ascoltare; che in fondo poi si, che in fondo sono tutte belle.
E il palco senza tutte le luci accese, senza tutte le luci che servirebbero, come era logico aspettarselo, visto il tempo e sentito l’annuncio fattoci da quello speaker prima beh, il palco sembra quasi un po’ più piccolo, stasera; sembra quasi un po’ più nostro.
Un po’ di pezzi storici, adesso; pezzi storici che si conoscono a memoria e che paiono conoscersi pure tra di loro, da come si rincorrono, e che provano inutilmente a cambiare arrangiamento, a cambiare maschera, forse, per non farsi sgamare subito da questi esagitati qui sotto che si scannerebbero, pur di riconoscere un accordo prima degli altri.
O forse no.
Ma poi lui, Vasco, che c’ha stasera?
Perché parla così tanto?
Non è che ci dispiaccia, anzi, è che è strano sentirlo chiacchierare così a lungo della pioggia, del tempo che lo accoglie ogni volta che viene a Udine e di noi, che siamo così bravi e fedeli e devoti, scommetto che gli piacerebbe dirlo, che siamo devoti, ma non gli va.
Ma non c’entra.
Non c’entra con questa sera qui.
Un altro giro e tocca a me, adesso, Adesso che tocca a me pagare venticinque euro al tipo con quella specie di vassoio pieno di lattine a tracolla un po’ mi spacca, darglieli, ma forse poi mi farà bene, un'altra sorsata; mi farà scivolare meglio all’indietro, calpestando mozziconi di tempo che mi schiacciano a questo stupido presente senza più suole.
Senza più stole.
E adesso chi potrà attaccarlo, per quel gesto lì?
Chi c’avrà lo stomaco di mettersi a scrivere che ieri sera, allo Stadio Friuli di Udine, il noto rocker Vasco Rossi, durante un suo concerto, si è avvicinato ad uno dei suoi strumentisti e, preso in mano lo spinello che quest’ultimo gli porgeva, si è messo a fumare, suscitando un’ovazione tra il pubblico e incitandolo così all’uso di sostanze allucinogene. Chiediamoci che esempio è mai questo.?
Un esempio.
Un esempio di come si fa.
Un esempio di come si sta.
E La noia, eccola qua, e T’immagini e Silvia e Dormi dormi e Susanna, addirittura e senti qua che medley e annotati la scaletta, stupido, che devi scriverci l’articolo, su questo concerto e che dovrà essere, per chi non c’era e per chi lo leggerà, dovrà essere come se ci fosse stato; come se leggerti possa in qualche maniera riportare in vita tutto questo ammassarsi di emozioni e di alito di gente e di vita che scorre perforando l’immobilità di invisibili nubi pietose.
Non sono tanto bravo con le parole.
Certo.
E io sono Ligabue.
E Certe notti, dice lui e ma sentilo e certe notti cosa, Vasco?
Certe notti cosa? Frena, caro Vasco; abbiamo riso e scherzato abbastanza e adesso facci un favore: siediti e riposati un po’ lì, accanto a Maurizio Solieri, alla sua chitarra e ad un passato condiviso e un altro medley, se ti va.
A noi ci va.
Ci va di ascoltarti e di ascoltarci ancora e ci va un’altra birra, certo: un’altra lunga sorsata di te e di noi e quant’è che suonano, ormai? Sarà un paio d’ore, un paio d’ore lunghe come le ombre ormai piatte di questa notte mai troppo umida per potervici annegare i torpori di un domani troppo pericolosamente vicino ed incombente.
Poi, si ferma.
L’attesa, cioè; l’attesa di domani si ferma perché c’è da continuare a vivere lo show, c’è da continuare a farne parte e c’è da continuare a urlare parole in prestito e non sorridete, gli spari sopra sono per voi e ti ricordi, eh? Ti ricordi di quella volta, a Milano?
E Imola?
Altri concerti, altri tempi e altre vite e ciao Massimo, ciao Massimo Riva e applaudi convinto e smetti quasi subito di chiederti che cosa stai applaudendo a fare, visto che mica c’eri, tu, a Imola e che però te l’hanno raccontata, di com’è andata e ora tocca a te, di raccontare un concerto di Vasco.
Questo.
Questo concerto qui.
E allora ti proponi che lo scriverai per benino, il tuo pigro articolo; ci metterai dentro la descrizione dettagliata dell’evento, dirai le solite cose, le solite cose che si scrivono e che si leggono in questi casi: dirai che Vasco è tanto legato al Friuli, per prima cosa.
Perché è così, no? Perché è ovvio, che sia così. Perché non sarà mica un caso, se questa è già la decima volta che viene a suonare qui, nella nostra terra.
Wow.
E l’età, poi; dovrai scrivere che ha passato da un pezzo i cinquanta, Vasco, che non è più un ragazzino e che però ha ancora energia da vendere.
Interessante.
E la musica, poi; non dovrai scordarti di parlare anche di quella, citando i pezzi più conosciuti e accennando all’accensione di un mare di fiammelle con Albachiara e abbondando di banalità, tipo il menzionare l’atmosfera un po’ trasgressiva e ribelle che si respira ogni volta che sul palco c’è lui.
Bell’articolo.
E i propositi di prima, allora?
E il voler riportare in vita le emozioni, l’alito di gente e tutte quelle menate lì?
Via, basterà parlare di come ci si sente, a stare qui sotto, a stare in mezzo a tutta questa vita, a questa civile voglia di sballare e a questa rabbiosa tristezza.
Poi ci sono le canzoni, certo, e poi ci sono i cori e le birre e c’è pure qualche spinello, qua e là, oh yes; ma c’è un popolo, qui, stasera, e questa non è banalità.
Non è un popolo banale, questo.
Dopotutto qui si fa la storia, no? Qui si fa la storia di tutti e la storia di ognuno e come si fa, come si fa, a raccontarla, la storia?
La storia si vive, quelli più fortunati riescono pure a farla, la storia, e ci riescono bene pure quelli sfortunati e la si subisce, la storia. Perché è così, che si fa.
Perché è così che si fa, la storia.
Però poi alla fine Albachiara arriva per davvero e pure le fiammelle degli accendini, appaiono per davvero, e così anche l’atmosfera un po’ trasgressiva e per la questione dell’età e dei cinquanta passati da un pezzo e dell’energia che ancora ha da vendere, Vasco, beh; è quasi mezzanotte e son quasi tre ore, che se ne sta là sopra, questo, lucente ed inafferrabile come un’anguilla che sguazza tra le nostre tristezze.
Avercela io, una forza così.
Io mica ci so sguazzare, fra le mie tristezze.
E se l’amasse veramente, questa terra? Saranno fatti suoi, ognuno nella vita va a finire che un amore un po’ strano gli possa capitare tra le mani ed il cuore.
In bocca al lupo a tutti.
Crepi, caro Vasco.
Crepi il lupo e crepi pure la notte, noi ci spegniamo qui.
